La sfida a Facebook – re incontrastato tra i social networks – è stata portata fino ad oggi inutilmente.
L’errore ricorrente è forse stato attaccarlo in maniera frontale, su terreni ad esso congeniali - come l’usabilità, la quantità e la qualità delle funzioni che è in grado di offrire – e comunque solo ad un livello meramente pratico.
Un attacco diretto – e molto probabilmente vincente – potrebbe riguardare la teoria, ovvero la strategia con la quale a monte si decide in che modo coinvolgere i futuri utenti della piattaforma in fieri. Segue – breve, parziale, ma veritiera ed esaustiva – quella di Facebook.
Facebook non richiede fee di iscrizione: è totalmente gratuito. Permette praticamente a chiunque di fare, dire, scrivere, postare, pokare, taggare, sharare (lettera e testamento ??) verso praticamente chiunque altro – purchè sia un “amico” e, solo ultimamente, rientri nelle condivisioni della privacy che ciascuno decide autonomamente di selezionare.
Sorge spontanea una (lecita) domanda: cosa è richiesto in cambio di cotanta libertà? Apparentemente niente. Se non fosse che – ad esempio, uno e macroscopico, senza sollevare inutili e sterili questioni o giudizi di alcuna sorta – noi tutti iscritti al network di Palo Alto rappresentiamo un nutrito popolo - si parla di 500 milioni (??) – di possibili acquirenti e di sicuri target per la pubblicità commerciale di brand ed aziende - di qualsivoglia portata e di qualsivoglia settore merceologico – che pagano per avere spazi interni a Facebook per promuovere i propri servizi o prodotti.
Questo è il mondo della pubblicità. O tempore, o mores!
Quali strategie alternative per competere e – perché no – vincere?
Un’idea valida – anche se non originale, in quanto già impiegata da YouTube, arcinoto portale di videosharing – l’ha avuta Bill Gross, CEO di UberMedia, società che sviluppa applicazioni per social media.
Revenue sharing, ovvero condivisione dei ricavi pubblicitari.
Come accennato, YouTube da tempo ha deciso utilizzare questa strategia: premiare economicamente gli utenti che condividono filmati molto popolari nella Rete - e che di conseguenza portano entrate pubblicitarie alla major californiana – nel tentativo di migliorare la qualità dei propri contenuti.
Come applicare il revenue sharing a Chime.in – piattaforma social sviluppata da UberMedia ed ancora in fase beta – e permetterle di sfidare e competere con il colosso Facebook?
Semplice: dividere gli utili provenienti dall’online advertising con gli utenti, i quali saranno motivati a personalizzare la propria pagina-profilo e renderla il più attraente possibile, al fine di attirarvi inserzionisti e monetizzare il tempo passato in Rete.
Il meccanismo sembra poi funzionare alla perfezione – e prospettare introiti più consistenti - se si pensa alle grandi aziende ed ai brand più conosciuti: Chime.in offrirà loro la possibilità di trarre utili sia dal proprio popolo di fans, che dalla promozione dei propri prodotti e di quelli di terze aziende sulla propria pagina.
Se volete dare un’occhiata, questo è il link a Chime.in.
“Più smanetti, più guadagni”: potrebbe essere un buon payoff…che ne dite?
